Prevenire è (davvero) meglio che curare: 5 verità sorprendenti sul legame tra ambiente e tumori
- La sfida invisibile oltre l’invecchiamento
Siamo abituati a pensare all’aumento dei casi di tumore come a un’inevitabile tassa da pagare al tempo: viviamo più a lungo, dunque ci ammaliamo di più. Ma se questa fosse solo una mezza verità? La realtà scientifica che emerge dal volume «L’impatto dell’ambiente e degli stili di vita nel rischio oncoematologico» — che raccoglie i contributi di oltre 30 tra i massimi esperti del settore raccolti durante il convegno Nazionale AIL del 2024 — ci racconta una storia diversa. La sfida non è solo contro la carta d’identità, ma contro una minaccia invisibile che ci circonda. La buona notizia? Un tumore su tre è evitabile. Non è una speranza, è un dato di fatto basato su ciò che mangiamo, sull’aria che respiriamo e sulle scelte che compiamo ogni giorno.
- Il 90% dei casi ha una radice ambientale: il destino non è scritto
Per anni abbiamo visto la genetica come una condanna o un colpo di fortuna. Tuttavia, il Professor Adriano Venditti, Direttore del Dipartimento di Oncoematologia del Policlinico Tor Vergata, ha ribaltato questa prospettiva citando studi pubblicati su riviste internazionali di altissimo prestigio circa 4-5 anni fa. Attraverso modelli matematici complessi, la scienza ha dimostrato che la stragrande maggioranza delle neoplasie non nasce dal “nulla” biologico, ma dall’incontro tra noi e l’esterno.
“Più o meno il 90% delle malattie tumorali, delle neoplasie, sono dovute a interazioni ambientali. Tutto il resto era anche imputabile a predisposizione personale, a predisposizione genetica, ma anche in questi casi l’ambiente è un trigger per la predisposizione individuale.”
In altre parole, l’ambiente funge da “interruttore” (trigger). Anche in chi ha una vulnerabilità ereditaria, è spesso il contesto esterno a premere quel tasto, trasformando una potenzialità in malattia.
- Il muscolo come “Organo Immunologico”: la nostra farmacia interna
Dimenticate la prova costume o i record in palestra. La vera rivoluzione copernicana riguarda il modo in cui guardiamo ai nostri muscoli. La ricerca oncoematologica ci rivela che il tessuto muscolare non serve solo al movimento: è una vera e propria “centrale” del sistema immunitario.
Quando facciamo attività fisica (e attenzione: si parla di movimento costante, non necessariamente di sport agonistico), il muscolo produce sostanze biologicamente attive che potenziano le nostre difese naturali contro le cellule tumorali. Questa visione sposta l’asse della motivazione: non ci muoviamo per un ideale estetico, ma per rifornire la nostra “farmacia interna”. È un atto di empowerment biologico: ogni passo è una dose di medicina endogena che prepara il corpo a riconoscere e neutralizzare le minacce prima che diventino patologia.
- L’insidia sotto la pelle: perché i tatuaggi sbiadiscono?
Una delle frontiere più sorprendenti della ricerca riguarda i tatuaggi. Avete mai notato che, con il passare degli anni, i tratti di un tatuaggio tendono a perdere definizione e a “scolorirsi”? Non è solo l’inchiostro che si consuma; la verità è che quelle particelle migrano. Studi recenti evidenziano come i pigmenti vengano trasportati dal sistema linfatico fino ai linfonodi, le nostre centraline di controllo immunitario.
Qui, le sostanze iniettate possono innescare un’infiammazione cronica. Come spiegato dal Prof. Venditti, questa persistenza infiammatoria è sotto osservazione come possibile fattore di rischio per alcune forme di linfoma. Non è un allarme indiscriminato, ma un invito alla consapevolezza: ciò che introduciamo nel corpo interagisce con i nostri sistemi vitali per decenni, e l’infiammazione prolungata è spesso il terreno fertile per trasformazioni oncoematologiche.
- Il paradosso italiano: lo screening come pilastro economico
In Italia affrontiamo un paradosso drammatico. Nonostante un Sistema Sanitario Nazionale (SSN) che offre screening gratuiti e avanzati, l’On. Luciano Ciocchetti, Presidente dell’Intergruppo Parlamentare One Health, sottolinea che circa il 50% dei cittadini sceglie di non aderirvi. Questa non è solo una rinuncia a un diritto individuale, ma un colpo alla sostenibilità collettiva.
La diagnosi precoce non serve “solo” a salvare vite, ma a liberare risorse. Curare una patologia allo stadio iniziale è meno invasivo per il paziente e meno costoso per la comunità. Risparmiare sulla prevenzione significa togliere fondi alla cura di chi è già gravemente malato. Per questo, agire sui fattori di rischio modificabili è un dovere civile:
- Fumo e abuso di alcol: i principali killer evitabili.
- Sedentarietà: la disattivazione del nostro “scudo” muscolare.
- Sicurezza alimentare: la qualità di ciò che diventa parte delle nostre cellule.
- Dalle bonifiche di Gela alla “One Health”: risanare un pianeta ammalato
L’impegno dell’AIL (Associazione Italiana contro Leucemie, Linfomi e Mieloma) affonda le radici anche in storie di dolore estremo. Il Presidente Giuseppe Toro ha ricordato il monitoraggio trentennale nei poli petrolchimici di Gela e Augusta, luoghi dove l’inquinamento ha seminato morti e causato malformazioni neonatali.
Oggi, quella battaglia locale è diventata una visione globale chiamata “One Health”. Un intergruppo parlamentare di 35 deputati e senatori sta lavorando per integrare salute umana, animale e planetaria. Non possiamo essere sani in un mondo malato: l’antimicrobico-resistenza, il cambiamento climatico e l’inquinamento acustico sono facce della stessa medaglia. Come ribadito dall’On. Luana Zanella, Vicepresidente della Commissione Affari Sociali alla Camera dei Deputati, la prevenzione non è solo uno stile di vita del singolo, ma una responsabilità politica di risanamento del territorio.
- Concludendo: un sasso nello stagno della cultura della prevenzione
Sappiamo che la prevenzione primaria e secondaria possono cambiare il corso della storia sanitaria di un Paese. Un tumore su tre può essere evitato. È una verità che toglie al caso il potere sulla nostra vita e lo restituisce alla nostra consapevolezza.
La prevenzione non è un sacrificio, ma un investimento culturale. Richiede pazienza, tempo e la pretesa che le istituzioni bonifichino i territori feriti. Davanti a questi dati, la domanda per ognuno di noi è una sola: se l’ambiente è davvero il “trigger” che può attivare o disattivare la nostra salute, siamo disposti a lasciare che sia il caso a premere l’interruttore, o vogliamo essere noi a tenere la sicura inserita?
Guarda il servizio completo su YouTube.com/PianetaSalute per ascoltare le interviste.
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