Cibi ultraprocessati e salute: perché la SIGE invita a una nutrizione consapevole

Cibi ultraprocessati e salute: perché la SIGE invita a una nutrizione consapevole

Microbiota, barriera intestinale, fegato e prevenzione al centro del confronto promosso alla Camera dei Deputati. Entro la fine del 2026 è atteso il position paper della Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva

I cibi ultraprocessati sono formulazioni industriali spesso caratterizzate da numerosi ingredienti, sostanze derivate dagli alimenti e additivi utilizzati per aumentarne appetibilità, praticità e conservazione. Un consumo abituale elevato è stato associato, negli studi osservazionali, a diversi esiti sfavorevoli per la salute. Questo, però, non significa che ogni alimento trasformato sia dannoso o che un singolo prodotto provochi direttamente una malattia.

È da questa distinzione che parte l’invito della Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva (SIGE): offrire ai cittadini strumenti affidabili per scegliere con maggiore consapevolezza, senza demonizzazioni e senza confondere i cibi ultraprocessati con l’intero settore agroalimentare.

Il tema è stato affrontato durante una conferenza stampa ospitata nella Sala Stampa della Camera dei Deputati, su iniziativa dell’onorevole Cristina Almici, componente della Commissione Agricoltura. Le evidenze presentate confluiranno in un position paper della SIGE, previsto entro la fine del 2026.

Cosa sono i cibi ultraprocessati

Secondo la classificazione NOVA, gli alimenti ultraprocessati sono prodotti ottenuti attraverso più fasi di lavorazione e formulati prevalentemente con sostanze ricavate dagli alimenti, ingredienti di uso industriale e additivi. Tra gli esempi più ricorrenti rientrano alcune bevande zuccherate, snack confezionati, carni lavorate, prodotti pronti al consumo e diverse preparazioni industriali.

Per riconoscerli non basta, tuttavia, osservare la confezione o contare gli ingredienti. Occorre considerare il tipo di formulazione, la finalità della lavorazione e la presenza di componenti difficilmente utilizzati nella cucina domestica, come alcuni emulsionanti, aromi, edulcoranti, oli modificati o esaltatori di sapidità.

La distinzione essenziale è questa:

  • un alimento trasformato non è automaticamente ultraprocessato;
  • tecniche come cottura, fermentazione, pastorizzazione o conservazione possono avere funzioni utili e non rendono di per sé un cibo poco salutare;
  • conta il modello alimentare complessivo, insieme alla frequenza e alla quantità di consumo.

La stessa classificazione degli ultraprocessati è ancora oggetto di confronto scientifico. Nel 2025 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha avviato il percorso per sviluppare indicazioni specifiche sul loro consumo, riconoscendo sia la crescita delle evidenze sia la necessità di raccomandazioni più precise.

Quali effetti possono avere su intestino e microbiota

Il comunicato della SIGE richiama l’attenzione su intestino, fegato e apparato digerente. Le associazioni osservate non dipenderebbero soltanto dall’eccesso di zuccheri, grassi o sale, ma anche dalle caratteristiche fisiche e chimiche introdotte durante la lavorazione e dalla presenza di determinati additivi.

Tra i meccanismi studiati figurano:

  • una possibile riduzione della diversità del microbiota intestinale;
  • la diminuzione di batteri capaci di produrre acidi grassi a catena corta, importanti per l’equilibrio dell’intestino;
  • l’aumento della permeabilità della barriera intestinale;
  • l’attivazione di risposte immunitarie e processi infiammatori;
  • la formazione, con alcune lavorazioni e cotture ad alte temperature, di prodotti finali della glicazione avanzata, conosciuti come AGEs.

Il professor Giovanni Marasco, dell’Università di Bologna, ha sottolineato come microbiota, barriera mucosale e risposta immunitaria offrano oggi un quadro biologico più coerente per interpretare le associazioni emerse negli studi epidemiologici.

Il professor Giovanni Sarnelli, ordinario di Gastroenterologia all’Università degli Studi di Napoli Federico II, ha ricordato che il messaggio non è eliminare o colpevolizzare singoli alimenti, ma privilegiare una dieta varia ed equilibrata, basata soprattutto su prodotti freschi o minimamente processati.

Cibi ultraprocessati e malattie digestive: cosa indicano gli studi

La letteratura scientifica ha associato un consumo elevato di alimenti ultraprocessati a un maggior rischio di diversi problemi di salute. Per l’apparato digerente, la SIGE richiama le ricerche sulle malattie infiammatorie croniche intestinali, in particolare il morbo di Crohn, sulla sindrome dell’intestino irritabile e sulla steatosi epatica metabolica.

Sono state inoltre osservate associazioni con alcune neoplasie digestive, tra cui i tumori del colon-retto e dello stomaco. Si tratta però, in larga parte, di dati epidemiologici: evidenziano una relazione statistica, ma non consentono sempre di isolare il peso dell’ultraprocessamento da quello della qualità generale della dieta, dello stile di vita e di altri fattori.

Una revisione pubblicata nel 2024 ha rilevato associazioni tra una maggiore esposizione agli alimenti ultraprocessati e numerosi esiti negativi, con evidenze particolarmente consistenti in ambito cardiometabolico. Sul fronte gastrointestinale, una revisione del 2025 ha confermato che il legame con il morbo di Crohn appare più solido rispetto a quello con la colite ulcerosa, ricordando comunque i limiti degli studi osservazionali.

La conclusione più corretta, quindi, non è che tutti gli ultraprocessati siano uguali o che vadano banditi in assoluto. Le evidenze sostengono piuttosto l’opportunità di ridurne la presenza abituale nella dieta, soprattutto quando sostituiscono alimenti freschi, fibre, legumi, frutta, verdura e cereali integrali.

Dieta mediterranea e nutrizione consapevole

Per il professor Edoardo Giannini, presidente della SIGE e direttore della Clinica Gastroenterologica dell’Università di Genova e dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino, la prevenzione comincia dalla conoscenza di ciò che portiamo in tavola.

L’Italia dispone, in questo senso, di un patrimonio alimentare particolarmente favorevole: la dieta mediterranea, caratterizzata da un ampio consumo di alimenti vegetali, cereali, legumi, frutta, verdura e olio d’oliva, con un ruolo più contenuto per carni rosse, prodotti lavorati e dolci.

Parlare di nutrizione consapevole non significa inseguire la perfezione o dividere gli alimenti in “buoni” e “cattivi”. Significa piuttosto:

  1. leggere le etichette e confrontare prodotti simili;
  2. riconoscere ingredienti e additivi presenti nella formulazione;
  3. limitare la frequenza degli snack e dei piatti pronti più ricchi di sale, zuccheri liberi e grassi;
  4. aumentare la presenza di alimenti freschi o minimamente processati;
  5. valutare l’equilibrio della dieta nel suo insieme.

Una dieta sana resta un percorso personale. In presenza di patologie gastrointestinali, epatiche o metaboliche, le scelte alimentari dovrebbero essere concordate con il medico o con un professionista della nutrizione.

Etichette, tracciabilità e Made in Italy

L’onorevole Cristina Almici ha posto l’accento sul rapporto tra ricerca scientifica, istituzioni e filiere produttive. Un’informazione corretta sugli ultraprocessati, ha osservato, deve evitare semplificazioni capaci di disorientare i cittadini o di mettere indiscriminatamente in discussione la qualità delle produzioni agroalimentari italiane.

Etichette chiare, indicazione dell’origine delle materie prime e tracciabilità possono aiutare il consumatore a comprendere meglio ciò che acquista. La trasformazione alimentare, infatti, non è necessariamente in contrasto con la qualità: può contribuire alla sicurezza, alla conservazione e alla valorizzazione delle materie prime. La questione riguarda soprattutto il modo in cui un prodotto è formulato e il posto che occupa nell’alimentazione quotidiana.

One Health: la salute passa anche dall’ambiente

Nel servizio video, il professor Giuseppe Campanile, docente di Zootecnia Speciale all’Università degli Studi di Napoli Federico II, collega la qualità del cibo al paradigma One Health, che considera insieme salute umana, animale e ambientale.

Stagionalità, biodiversità, benessere animale e tecniche produttive sostenibili possono contribuire alla qualità nutrizionale delle produzioni e alla presenza di molecole bioattive. Secondo Campanile, un’alimentazione sana dovrebbe poggiare su tre principi: stagionalità, varietà e qualità.

Questa prospettiva amplia il tema oltre il singolo prodotto. Una nutrizione realmente consapevole riguarda anche il modo in cui il cibo viene coltivato, allevato, trasformato, distribuito e raccontato al consumatore.

Il position paper SIGE atteso entro fine anno

Nei prossimi mesi un gruppo di esperti della SIGE lavorerà al documento di posizione sugli alimenti ultraprocessati e sulla salute dell’apparato digerente e del fegato. L’obiettivo annunciato è tradurre le evidenze disponibili in indicazioni comprensibili e utili, mantenendo un approccio equilibrato.

Il punto di partenza è già chiaro: non demonizzare l’industria o singoli cibi, ma rafforzare la capacità dei cittadini di distinguere, valutare e scegliere. La nutrizione consapevole nasce proprio da questa alleanza tra ricerca, informazione, istituzioni e responsabilità individuale.

Domande frequenti

Qual è la differenza tra cibi trasformati e ultraprocessati?

Un alimento trasformato ha subito una modifica, come cottura, fermentazione o conservazione. Un ultraprocessato è invece una formulazione industriale più complessa, spesso composta da sostanze derivate dagli alimenti e additivi destinati a modificare gusto, consistenza, aspetto o durata.

Tutti i cibi ultraprocessati fanno male?

Non tutti i prodotti hanno la stessa composizione nutrizionale e il rischio non dipende da un singolo consumo. Le evidenze riguardano soprattutto l’elevata presenza abituale di ultraprocessati nella dieta e la loro capacità di sostituire alimenti freschi o minimamente processati.

Come si può ridurre il consumo di ultraprocessati?

Si può partire da cambiamenti graduali: cucinare più spesso ingredienti semplici, aumentare frutta, verdura e legumi, scegliere cereali integrali, leggere le etichette e riservare snack e piatti pronti alle occasioni in cui sono realmente necessari.

Qual è il rapporto tra ultraprocessati e microbiota?

Alcuni studi suggeriscono che un consumo elevato possa essere associato a una minore diversità microbica, a cambiamenti nella produzione di metaboliti protettivi e a una maggiore permeabilità della barriera intestinale. La ricerca è ancora in evoluzione e non tutti i meccanismi sono stati chiariti nell’uomo.

La dieta mediterranea può proteggere la salute intestinale?

Un modello mediterraneo ricco di vegetali, legumi, cereali integrali, frutta secca e olio d’oliva favorisce l’apporto di fibre e composti bioattivi. È considerato un modello alimentare favorevole alla salute generale e può contribuire all’equilibrio del microbiota e alla prevenzione.

Guarda il video

Nel servizio, esperti e istituzioni spiegano perché distinguere tra trasformazione e ultraprocessamento è essenziale per compiere scelte alimentari realmente informate.

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Fonti