Sole, creme e disinformazione: la scienza non è un’opinione da social
Ci sono concetti che, quando li studi all’università, ti si imprimono nella memoria in modo indelebile. Per me è stato così al secondo anno di Biologia: quando sul manuale di biologia molecolare mi sono trovata di fronte allo studio dei dimeri di timina.
I raggi ultravioletti (UV) spingono due basi azotate adiacenti di timina a legarsi in modo anomalo tra loro, distorcendo la struttura a doppia elica del DNA. Se i meccanismi fisiologici di riparazione cellulare falliscono o vengono sopraffatti da un’esposizione eccessiva, quella lesione diventa una mutazione permanente. Mutazione dopo mutazione, si innesca il processo oncogenetico. È una sequenza chimica e biologica dimostrata da decenni di rigorosa ricerca scientifica: l’esposizione scorretta alla radiazione solare provoca danni diretti al DNA ed è un primario fattore di rischio per i tumori della pelle, compreso il melanoma.
Eppure, nell’epoca in cui la divulgazione sanitaria sui social media rischia di confondersi con la ricerca di visibilità a tutti i costi, assistiamo ancora al ribaltamento della realtà scientifica.
L’ennesima bufala virale
In questi giorni mi sono imbattuta in un contenuto video diffuso da un medico-nutrizionista molto seguito. L’esordio era di quelli che fanno venire i brividi: «È falso che il sole faccia venire il melanoma». Nel video e nei testi a corredo venivano citati studi scientifici decontestualizzati per sostenere tesi paradossali e pericolose: che il sole sarebbe addirittura “protettivo” e che chi usa la protezione solare svilupperebbe più tumori della pelle rispetto a chi non la usa.
A smentire con fermezza e chiarezza questa narrazione fuorviante sono intervenute figure di riferimento, dalla divulgazione rigorosa della dottoressa Alice Rotelli fino all’autorevolezza della professoressa Ketty Peris, ordinario di Dermatologia all’Università Cattolica e direttore della Dermatologia al Policlinico Gemelli di Roma, da sempre in prima linea nella ricerca sui tumori cutanei e nella corretta prevenzione.
Come biologa e come direttore di una testata di informazione medico-scientifica, sento il dovere di prendere una posizione netta: la salute pubblica non può essere messa a repentaglio da interpretazioni superficiali della letteratura scientifica.
Cosa dicono davvero gli studi (e come vengono travisati)
Quando si cita una ricerca scientifica, non basta estrapolare un dato isolato per confermare un’idea preconcetta. Bisogna saper leggere l’intero articolo, comprenderne la metodologia ed esaminarne i risultati nel contesto reale.
1. Il falso mito delle creme solari che “causano” il cancro
Chi sostiene questa tesi cita spesso uno studio del 2023 condotto sulla UK Biobank su oltre 500.000 persone, in cui chi dichiarava di usare regolarmente la protezione solare mostrava un’incidenza più alta di tumori cutanei. Gli autori dello studio – ed è fondamentale sottolinearlo – hanno spiegato chiaramente che si tratta di un classico fenomeno di causalità inversa: chi ha la pelle chiarissima, chi ha un fototipo a rischio o una storia familiare di tumori tende a usare maggiormente la crema solare. Inoltre, la stragrande maggioranza delle persone applica il prodotto in quantità insufficiente, non lo riapplica dopo il bagno o la sudorazione e lo usa come “scudo illusorio” per rimanere ore sotto il sole rovente di mezzogiorno. Non è la crema a causare il danno, ma l’esposizione scorretta unita all’uso inadeguato del dispositivo di protezione.
2. Esposizione cronica contro esposizione intermittente
La letteratura epidemiologica chiarisce che il rischio di melanoma è legato in modo prevalente alle scottature e alle esposizioni intermittenti ma intense, tipiche di chi trascorre l’anno al chiuso per poi esporsi improvvisamente al sole senza adeguata preparazione. Definire l’esposizione al sole come “protettiva” significa travisare completamente i dati clinici.
3. Il falso problema della Vitamina D
Un’altra credenza da sfatare è che la protezione solare inibisca la sintesi della vitamina D. Le evidenze dimostrano che una quota di raggi UV raggiunge comunque la pelle garantendo la fisiologica produzione vitaminica. Nessuno studio clinico ha mai dimostrato che l’uso corretto dei filtri solari provochi un deficit sistemico.
Rispettare il sole: la vera prevenzione
Il sole non va demonizzato. Un’esposizione moderata, vissuta nelle ore corrette e con le dovute cautele, porta benefici all’organismo e all’umore. Ciò che va combattuto è esclusivamente l’esposizione sbagliata.
Per proteggere la salute della pelle occorre seguire indicazioni chiare e validate dalla comunità scientifica:
- Scegliere il fattore di protezione (SPF) in base al proprio fototipo.
- Applicare la giusta quantità di prodotto, senza limitarsi a veli impercettibili.
- Riapplicare la protezione regolarmente, ogni due ore circa e sempre dopo il bagno o un’intensa sudorazione.
- Evitare l’esposizione diretta nelle ore centrali della giornata, quando i raggi UV raggiungono l’intensità più elevata.
La responsabilità dell’informazione
In medicina non esiste il principio di autorità. Un camice o un ampio seguito sui social non sostituiscono il rigore scientifico e il consenso della comunità medica internazionale.
È compito di tutti noi esercitare il pensiero critico, verificare le fonti e far riferimento alle linee guida ufficiali. La disinformazione in campo sanitario non è una semplice opinione: è un rischio concreto per la salute dei cittadini.





