Malattia renale cronica: screening precoce e terapia nutrizionale per salvare i reni ed evitare la dialisi, il confronto alla Camera dei Deputati
La diagnosi precoce della malattia renale cronica mediante controlli di primo livello come creatinina ematica e albumina urinaria, associata a un piano nutrizionale ipoproteico con chetoanaloghi, rallenta il danno d’organo, evita l’avvio della dialisi e riduce l’impatto economico che grava sul Servizio Sanitario Nazionale.
Quattro milioni di persone convivono in Italia con la malattia renale cronica, una patologia silente che assorbe da sola oltre 2,5 miliardi di euro all’anno per i trattamenti dialitici: il 2% delle risorse complessive del Fondo Sanitario Nazionale impiegato per curare appena lo 0,1% della popolazione. Il quadro epidemiologico e le risposte cliniche sono stati presentati alla Camera dei Deputati durante la conferenza stampa “MRC e sostenibilità: un nuovo percorso per i pazienti e il SSN”, promossa su iniziativa dell’onorevole Erik Umberto Pretto e realizzata con il contributo non condizionante di Fresenius Kabi Italia e Dr. Schär.
L’evento ha fatto il punto sull’urgenza di introdurre uno screening mirato per intercettare la compromissione funzionale prima che diventi irreversibile. “Abbiamo cercato di intervenire a livello parlamentare depositando una risoluzione che possa sensibilizzare il governo nell’attivare uno screening capace di individuare quanto prima questa patologia”, ha sottolineato l’On. Erik Umberto Pretto, membro della XII Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati. “Sarà fondamentale poi cercare di intervenire anche a livello di legge di bilancio, magari con un emendamento che possa dare inizio a questo percorso”.
Sul fronte dell’equità nell’accesso alle cure e della sostenibilità della spesa pubblica è intervenuto l’On. Gian Antonio Girelli, membro della XII Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati: “Questa patologia ci costa tantissimo dal punto di vista di spesa sanitaria diretta e di costo socioeconomico indiretto per le famiglie. Un cambio di paradigma che disegni il modello sanitario del futuro è comprendere che investire in prevenzione e riduzione del rischio significa risparmiare risorse essenziali, azzerando le differenze tra grandi centri urbani e aree interne”.
La necessità di non isolare la nefrologia dalle altre discipline è stata ribadita dalla Sen. Elena Murelli, componente della 10ª Commissione Sanità del Senato della Repubblica: “Diabete, ipertensione, malattie cardiovascolari e insufficienza renale sono condizioni profondamente interconnesse che non possiamo continuare ad affrontare separatamente. La prima priorità è rafforzare la diagnosi tempestiva con esami semplici come la creatinina e il rapporto albumina/creatinina urinaria, potenziando la medicina territoriale attraverso le Case della Comunità e la telemedicina”.
Sul piano fisiopatologico, la modulazione dell’introito di proteine rappresenta una vera e propria terapia medica salvavita. “Ridurre l’apporto proteico è un approccio fisiopatologico puro, è la base del trattamento e deve andare di pari passo con il declino della funzione renale”, ha spiegato il Prof. Luca De Nicola, Presidente della Società Italiana di Nefrologia (SIN). Nei pazienti in fase conservativa, la cui età media si attesta sui 72 anni, il rischio primario è l’infiammazione cronica e la malnutrizione: “Alla dieta ipoproteica va assolutamente associato l’apporto di chetoanaloghi, amminoacidi essenziali che permettono di sintetizzare proteine senza produrre azoto, migliorando l’appetito e ottimizzando il profilo metabolico senza perdita di massa muscolare”.
La nutrizione clinica si configura inoltre come un asse portante nei percorsi di preparazione al trapianto renale preventivo. “I nostri pazienti presentano molteplici comorbilità e richiedono il passaggio da una gestione a silos a un approccio orizzontale multidisciplinare”, ha dichiarato il Prof. Loreto Gesualdo, Presidente della Federazione delle Società Medico-Scientifiche Italiane (FISM). “Gli approcci nutrizionali personalizzati consentono di procrastinare la dialisi e creare un ponte clinico sicuro verso il trapianto, riducendo sensibilmente il rischio cardiovascolare e i costi assistenziali”.
La fattibilità di percorsi conservativi avanzati riguarda da vicino anche la popolazione più longeva. “Abbiamo condotto esperienze cliniche su pazienti ultranovantenni che siamo riusciti a gestire senza ricorrere alla dialisi, abbinando una dieta moderatamente ipoproteica a supplementi amminoacidici che non innalzano l’azotemia, prevenendo la sarcopenia e tutelando la qualità di vita quotidiana”, ha evidenziato il Prof. Filippo Aucella, Presidente Eletto della Società Italiana di Nefrologia (SIN).
Per rendere continuativa questa gestione, il raccordo con il territorio diventa il fulcro operativo. “Il medico di medicina generale deve gestire il paziente a 360 gradi, acquisendo competenze specifiche non soltanto sul piano farmacologico ma anche su quello nutrizionale, in stretta collaborazione con il nefrologo”, ha chiarito il Dott. Gaetano Piccinocchi, Tesoriere Nazionale della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG).
La voce dei pazienti ha rimarcato infine l’esigenza di superare le disparità territoriali nell’accesso ai supporti dietoterapici. “La nutrizione svolge un ruolo cardine per allontanare il più possibile l’appuntamento con il trattamento dialitico”, ha concluso il Dott. Giuseppe Vanacore, Presidente dell’Associazione Nazionale Emodializzati Dialisi e Trapianto (ANED). “Il nostro impegno resta concentrato su prevenzione precoce ed educazione terapeutica, pilastri irrinunciabili per assicurare percorsi omogenei su tutto il territorio nazionale”.
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