Epilessia nell’anziano: il “picco silenzioso” che non ti aspetti (e come riconoscerlo)
Spesso considerata erroneamente una patologia esclusiva dell’infanzia, l’epilessia registra oggi il suo picco massimo di incidenza proprio dopo i 75 anni. Facciamo il punto sulle nuove linee guida LICE, i sintomi da non sottovalutare e le terapie più adatte per la terza età.
Nell’immaginario collettivo, l’epilessia è quasi sempre associata a bambini o adolescenti. Eppure, i dati più recenti diffusi dalla LICE (Lega Italiana Contro l’Epilessia) nel comunicato di questo gennaio 2026 ci mettono di fronte a una realtà clinica ribaltata: l’incidenza di questa patologia è oggi più alta negli over 75 che nei bambini.
Con l’invecchiamento progressivo della popolazione, l’epilessia è diventata la terza patologia neurologica più comune nell’anziano, subito dopo l’ictus e le demenze. Capire come si manifesta in questa fase della vita è cruciale, perché i sintomi sono spesso “camuffati” e il rischio di confonderla con il naturale declino cognitivo è altissimo.
Ecco tutto quello che c’è da sapere per proteggere i nostri cari, basato sulle ultime evidenze scientifiche e sulla Guida alle Epilessie della LICE.
Non è (quasi mai) genetica: le cause nell’anziano
A differenza delle forme giovanili, dove la componente genetica gioca un ruolo chiave, l’epilessia che esordisce nella terza età è quasi sempre la conseguenza di un “danno” accumulato dal cervello nel tempo.
Le cause principali includono:
- Danni cerebrovascolari: Gli esiti di ictus (ischemico o emorragico) sono i principali responsabili.
- Patologie neurodegenerative: Malattie come l’Alzheimer possono alterare l’eccitabilità dei neuroni.
- Tumori cerebrali e traumi: Anche vecchie cicatrici cerebrali possono diventare focolai epilettogeni.
Tuttavia, in una percentuale significativa di casi (tra il 25% e il 50%), l’origine rimane sconosciuta. In questi frangenti, attenzione ai fattori scatenanti esterni: la privazione di sonno o l’uso di alcuni farmaci comuni (come certe classi di antibiotici) possono “accendere” una predisposizione rimasta silente per decenni.
Il “Grande Camaleonte”: i sintomi atipici
Il motivo per cui l’epilessia nell’anziano sfugge spesso alla diagnosi è che raramente si manifesta con le classiche convulsioni drammatiche (le cosiddette crisi tonico-cloniche). Nella terza età, le crisi sono prevalentemente focali e molto più sottili.
I campanelli d’allarme da osservare includono:
- Stati confusionali improvvisi: Momenti di “assenza” o disorientamento che vanno e vengono.
- Disturbi del linguaggio: Difficoltà temporanea a trovare le parole o a comprendere frasi semplici.
- Automatismi: Gesti ripetitivi, masticazione a vuoto o movimenti delle mani senza scopo.
- Pseudo-demenza: Se le crisi sono frequenti, il rallentamento cognitivo che ne deriva può simulare un quadro di demenza senile, portando a errori terapeutici gravi.
Nota Bene: Spesso queste crisi vengono scambiate per cali di pressione, ischemie transitorie (TIA) o semplici “momenti di vecchiaia”. Una diagnosi differenziale accurata è fondamentale.
La cura: “Start low, go slow”
La buona notizia è che l’epilessia nell’anziano è altamente trattabile. Il cervello senior risponde spesso molto bene ai farmaci antiepilettici, tanto che spesso sono sufficienti dosaggi molto bassi per controllare le crisi.
Tuttavia, la gestione farmacologica richiede un’attenzione da orologiaio per tre motivi:
- Sensibilità aumentata: Gli anziani sono più vulnerabili agli effetti collaterali, come la sonnolenza (che aumenta il rischio di cadute e fratture) o l’agitazione paradossa.
- Politerapia: Poiché molti anziani assumono già farmaci per pressione, diabete o cuore, il rischio di interazioni pericolose è alto.
- Strategia di inserimento: I neurologi adottano il mantra “start low, go slow” (iniziare con poco, salire lentamente), privilegiando molecole di nuova generazione che non interferiscono con le altre terapie.
Domande Frequenti (FAQ)
1. L’epilessia nell’anziano può guarire? Più che di guarigione, si parla di “risoluzione” se il paziente trascorre 10 anni senza crisi, di cui gli ultimi 5 senza farmaci. Nell’anziano, l’obiettivo primario è il controllo completo delle crisi per garantire la qualità della vita.
2. Cosa fare se un anziano ha una crisi convulsiva? La regola d’oro è non fare danni. Non cercare di aprire la bocca del paziente e non inserire oggetti tra i denti. Proteggete la testa da traumi con qualcosa di morbido. Quando la crisi finisce, mettete la persona in posizione laterale di sicurezza e chiamate i soccorsi se è la prima volta che accade o se la crisi dura più di 5 minuti.
3. Esiste una prevenzione? Poiché molte epilessie tardive sono legate a ictus e malattie vascolari, la prevenzione migliore è il controllo dei fattori di rischio cardiovascolare: ipertensione, diabete, obesità e fumo. Inoltre, mantenere una buona igiene del sonno è fondamentale.
L’importanza della rete
Come sottolineato dal Piano d’Azione Globale Intersettoriale (IGAP) 2022–2031 dell’OMS, l’epilessia è una priorità sanitaria che richiede non solo farmaci, ma inclusione. Per l’anziano, il supporto della famiglia è la prima medicina: serve a garantire che le medicine vengano prese regolarmente (aderenza alla terapia) e a monitorare quei piccoli cambiamenti comportamentali che un medico, in una visita di 20 minuti, potrebbe non vedere.
Se notate episodi ricorrenti di confusione o “assenze” nel vostro caro anziano, non archiviateli come semplice vecchiaia. Parlatene con un neurologo o rivolgetevi a un centro specializzato LICE: una diagnosi corretta può restituire anni di vita serena.
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Fonti: Comunicato Stampa LICE (19 Gennaio 2026), Guida alle Epilessie LICE (Ed. 2023).








