Prevenzione delle infezioni e sostenibilità: il Ministero della Salute ospita la quinta edizione de “La sanità che vorrei”
La prevenzione delle infezioni si conferma uno scudo strategico per la sostenibilità del sistema sanitario. Attraverso lo stanziamento di risorse strutturali e il potenziamento di screening e vaccini, l’obiettivo è azzerare il sommerso dell’epatite C entro il 2030 e ridurre le complicanze cardiovascolari e respiratorie nei pazienti fragili.
Istituzioni, clinici e associazioni si sono riuniti al Ministero della Salute in occasione del secondo appuntamento della quinta edizione de “La sanità che vorrei”. Al centro del dibattito, la necessità di trasformare la prevenzione infettivologica in uno strumento strutturale per tutelare i pazienti complessi e garantire la tenuta economica del Servizio Sanitario Nazionale (SSN).
In un Paese caratterizzato da un progressivo invecchiamento demografico, le infezioni non possono più essere considerate semplici eventi acuti. Esse rappresentano minacce capaci di innescare un pericoloso effetto domino sulle fragilità preesistenti. L’integrazione tra i setting assistenziali diventa quindi cruciale per spostare l’asse delle cure verso il domicilio.
Il costo della mancata aderenza: La mancata aderenza alle terapie e ai percorsi assistenziali da parte dei pazienti cronici genera ben 2 miliardi di euro di costi aggiuntivi ogni anno per il sistema sanitario pubblico.
Sul fronte legislativo, l’ultima legge di bilancio ha introdotto un cambio di paradigma atteso da oltre tre decenni. Per la prima volta, la quota percentuale del fondo sanitario destinata alla prevenzione è stata incrementata con un intervento strutturale. I rappresentanti delle istituzioni, muovendosi in ottica bipartisan, hanno confermato lo stanziamento di importanti risorse per finanziare screening, piani vaccinali e l’inserimento dello sport come strumento di salute pubblica.
Un focus approfondito è stato dedicato alle patologie del fegato. L’Italia è stata segnalata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) come un modello virtuoso nella lotta all’epatite C, grazie alle politiche di eradicazione attuate tramite i farmaci antivirali ad azione diretta.
I dati epidemiologici più recenti indicano che lo screening ha permesso di individuare circa 20.000 persone diagnosticate, di cui oltre 4.500 nuove diagnosi nella popolazione generale nata tra il 1969 e il 1989. Tuttavia, l’aderenza al test nella popolazione generale resta inferiore al 20% e il tasso di linkage to care – il passaggio effettivo alla cura – si attesta ancora intorno al 60%. Per superare questo ostacolo, gli esperti propongono al Ministero della Salute un consensus intersocietario per introdurre lo screening opportunistico mandatorio negli ospedali come indicatore di patologie extraepatiche.
La sfida si sposta ora sul sommerso, concentrato nelle carceri, nei Serd e tra i migranti. Nelle strutture penitenziarie italiane, che nel corso del 2025 hanno accolto oltre 103.000 persone, la prevalenza degli anticorpi anti-HCV sfiora il 20%. Gli specialisti sottolineano che un’interlocuzione interministeriale tra Giustizia e Salute permetterebbe di trattare circa 4.000 detenuti all’anno, garantendo al contempo la continuità terapeutica nei Serd attraverso la possibilità di prescrizione diretta dei farmaci da parte dei medici interni dei servizi per le dipendenze.
Accanto alle epatiti virali, emerge l’allarme per la steatosi epatica associata a disfunzione metabolica (fegato grasso), che oggi affligge il 30% della popolazione ed è diventata la prima causa di cirrosi e tumore epatico in Occidente. Le società scientifiche, tra cui l’AISF, stanno sollecitando l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) per accelerare l’accesso alle nuove terapie in arrivo.
La prevenzione infettivologica si rivela determinante anche per la protezione dell’apparato cardiovascolare. I dati clinici dimostrano che la vaccinazione contro herpes zoster, influenza e pneumococco riduce drasticamente l’insorgenza di ictus, infarti e demenze nei soggetti fragili. L’infiammazione acuta e cronica, tipica di patologie come la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), moltiplica infatti il rischio vascolare.
Infine, lo studio nazionale Apoxia Day ha evidenziato come l’insufficienza respiratoria acuta colpisca circa il 40% dei pazienti nei reparti di medicina generale e geriatria, con un tasso di mortalità che raggiunge il 25%. Molti di questi casi potrebbero essere prevenuti con una corretta profilassi vaccinale. A completare il quadro della fragilità è la solitudine, definita una vera epidemia sociale: gli anziani rappresentano il 25% della popolazione ma contribuiscono al 37% dei suicidi in Italia, segno che la coesione sociale e i modelli di prevenzione primaria devono partire fin dall’età scolastica.
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La gestione del paziente complesso richiede un superamento della medicina per organi separati a favore di un approccio olistico e integrato, dove il territorio e la prevenzione diventano il fulcro della stabilità clinica e della sostenibilità economica della sanità nazionale.
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