Al 19° Congresso SIGOT l’appello degli esperti: urge un piano di screening cardiologici per la terza età

Al 19° Congresso SIGOT l'appello degli esperti: urge un piano di screening cardiologici per la terza età

Le malattie cardiovascolari restano la prima causa di mortalità tra gli anziani in Italia. Dal Congresso Nazionale SIGOT, i medici chiedono alle istituzioni l’introduzione di screening cardiologici precoci e prevenzione primaria per gli over 75, colmando un vuoto assistenziale non più sostenibile rispetto all’ambito oncologico.

Il 19° Congresso Nazionale della SIGOT (Società Italiana di Geriatria Ospedaliera e Territorio) accende i riflettori su una carenza strutturale della sanità italiana: la mancanza di sistemi organizzati di prevenzione primaria cardiovascolare per la popolazione anziana. Nonostante queste patologie rappresentino la prima causa di ospedalizzazione nel Paese, si riscontra un forte ritardo rispetto ai protocolli già consolidati in oncologia.

Le principali sfide cliniche sul territorio riguardano la gestione della cardiopatia ischemica acuta e cronica e dell’insufficienza cardiaca, che incidono profondamente sulla qualità della vita dei pazienti fragili. Intervenire tempestivamente prima dell’evento acuto è la priorità assoluta indicata dalla comunità scientifica.

Sul tema si è espresso chiaramente il professor Francesco Vetta, direttore dell’unità operativa di cardiologia e UTIC dell’ospedale di Avezzano e docente dell’Università Unicamillus: “Mancano dei sistemi di prevenzione, mancano degli screening nei soggetti ultraottantacinquenni per prevenire e inquadrare le patologie cardiovascolari, cosa che invece è giustamente presente per altre patologie oncologiche o autometaboliche. Sarebbe veramente utile che il decisore politico prendesse atto dell’opportunità di coinvolgere le società scientifiche del settore per fare un’adeguata programmazione socio-sanitaria”.

L’evoluzione demografica impone una profonda osmosi culturale tra cardiologia e geriatria. I dati epidemiologici della rete assistenziale indicano che l’età media dei pazienti sottoposti a impianto di pacemaker è di 81 anni, mentre per i defibrillatori è di 74 anni. Gli ultrasettantenni rappresentano l’8% della popolazione complessiva che riceve un pacemaker, costituendo la reale massa critica delle procedure di elettrostimolazione.

“Bisogna interagire per individuare i percorsi sia pre-intervento, per valutare la giusta indicazione per il giusto paziente, sia post-intervento”, ha sottolineato il professor Vetta, evidenziando la necessità di prevenire complicanze severe e potenzialmente letali nei soggetti più fragili, come lo sviluppo di sepsi causate da infezioni.

Se i percorsi organizzativi sul territorio faticano a decollare, la bioingegneria medica offre soluzioni un tempo impensabili. Dal primo storico impianto eseguito in Svezia nel 1958, la cui batteria durò appena 8 ore, oggi l’autonomia dei dispositivi ha raggiunto i 13-15 anni, con enormi benefici clinici.

Tra le novità tecnologiche più rilevanti si consolidano la stimolazione fisiologica lungo le vie di conduzione elettrica del cuore, che migliora la prestazione cardiaca, e i pacemaker senza fili (leadless). Questi ultimi consentono di ridurre di oltre il 60% le complicanze infettive, i rischi di dislocazione e gli ematomi di tasca, eliminando inoltre l’impatto estetico nella regione sottoclaveare.

Il futuro della cardiologia punta verso una progressiva miniaturizzazione, con dispositivi che avranno dimensioni inferiori a un chicco di riso. La ricerca scientifica mira a perfezionare l’interazione wireless tra questi piccolissimi pacemaker wireless posizionati nel ventricolo destro e i defibrillatori sottocutanei, evitando del tutto l’inserimento di elettrocateteri all’interno delle cavità cardiache.

🎥 Guarda il video per ascoltare le interviste integrali degli esperti e approfondire tutti gli aspetti trattati.

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