Alzheimer, famiglie e caregiver: perché la cura è una responsabilità collettiva

Alzheimer, famiglie e caregiver: perché la cura è una responsabilità collettiva

La scienza apre nuove possibilità nella diagnosi e nel trattamento dell’Alzheimer, ma l’innovazione da sola non basta. Dall’incontro alla Cancelleria Vaticana emerge una priorità: costruire una rete capace di accompagnare la persona malata e chi se ne prende cura, senza disuguaglianze territoriali.

La malattia di Alzheimer non riguarda soltanto chi riceve la diagnosi. Entra nella vita delle famiglie, cambia gli equilibri quotidiani, richiede assistenza continuativa e mette alla prova la capacità dei servizi sanitari e sociali di lavorare insieme. Per questo non può essere considerata esclusivamente una questione clinica: è anche un bisogno sociale e una responsabilità collettiva.

È il messaggio emerso al Palazzo della Cancelleria, a Roma, durante l’incontro “Alzheimer: bisogno sociale, responsabilità collettiva”, che ha riunito comunità scientifica, associazioni, istituzioni e mondo ecclesiale.

Al centro del confronto, una domanda decisiva: come trasformare i progressi della ricerca in percorsi reali, accessibili e sostenibili per le persone con Alzheimer e per chi le assiste?

Alzheimer in Italia: quante persone coinvolge?

In Italia circa 1,2 milioni di persone convivono con una forma di demenza e oltre la metà presenta la malattia di Alzheimer. Quasi 900.000 persone hanno inoltre un disturbo neurocognitivo minore.

Considerando i familiari impegnati nell’assistenza, il Ministero della Salute stima che le persone direttamente coinvolte arrivino a 6 milioni, circa il 10% della popolazione.

Numeri che mostrano con chiarezza perché l’Alzheimer non possa essere lasciato sulle sole spalle delle famiglie. La progressiva perdita di autonomia richiede tempo, competenze, servizi domiciliari e territoriali, sostegno psicologico e misure capaci di proteggere anche la salute, il lavoro e la vita sociale dei caregiver.

In breve: l’Alzheimer è una responsabilità collettiva perché produce conseguenze sanitarie, familiari, sociali ed economiche. Una risposta efficace deve unire diagnosi tempestiva, ricerca, assistenza continuativa, supporto ai caregiver e pari accesso ai servizi in tutte le Regioni.

Diagnosi precoce dell’Alzheimer: perché è importante

Negli ultimi anni la capacità di riconoscere la malattia è cambiata profondamente. Biomarcatori, esami di imaging e valutazioni cliniche più precise possono aiutare gli specialisti a identificare i processi patologici nelle fasi iniziali e a distinguere l’Alzheimer da altre cause di declino cognitivo.

Il professor Vincenzo Di Lazzaro, direttore della Neurologia del Policlinico Universitario Campus Bio-Medico di Roma, ha richiamato l’attenzione sul cambio di paradigma determinato dalla diagnosi di precisione e dalla possibilità di valutare l’evoluzione dei disturbi cognitivi quando i sintomi sono ancora lievi.

Arrivare prima alla diagnosi può consentire di programmare l’assistenza, intervenire sui fattori di rischio modificabili e valutare l’eventuale accesso ai trattamenti disponibili.

Ma una diagnosi tempestiva acquista valore soltanto se conduce a una presa in carico chiara: comunicare un risultato senza offrire orientamento, servizi e continuità rischia infatti di aumentare il disorientamento della famiglia.

Le linee guida nazionali su demenza e Mild Cognitive Impairment dedicano specifiche raccomandazioni all’identificazione, al supporto dopo la diagnosi, ai modelli assistenziali e al coordinamento delle cure. Il punto, quindi, non è soltanto diagnosticare prima, ma accompagnare meglio.

Nuove terapie e ricerca: il progresso deve essere accessibile

La ricerca sull’Alzheimer sta aprendo prospettive che fino a pochi anni fa sembravano lontane. Alcuni nuovi farmaci destinati a persone selezionate nelle fasi iniziali mirano a rallentare la progressione della malattia.

Si tratta di un passaggio importante, che richiede tuttavia diagnosi accurate, valutazione del rapporto tra benefici e rischi, monitoraggio specialistico e un’organizzazione sanitaria adeguata.

L’innovazione non coincide automaticamente con l’accessibilità. Occorre evitare che il luogo di residenza, la disponibilità economica o la capacità della singola famiglia di orientarsi nel sistema determinino opportunità diverse.

Alessandro Morandotti, vicepresidente di Airalzh ETS, ha sottolineato la responsabilità sociale degli investimenti nella ricerca e la necessità di mettere l’innovazione a disposizione delle persone senza discriminazioni territoriali.

Sostenere la ricerca significa quindi lavorare su due fronti: sviluppare strumenti diagnostici e terapeutici migliori e, nello stesso tempo, preparare il Servizio sanitario a valutarli e integrarli nei percorsi assistenziali in modo equo e sostenibile.

Caregiver e famiglie: il rischio di essere lasciati soli

Nella vita quotidiana la distanza tra i bisogni e le risposte disponibili è spesso misurata dai familiari. Sono loro a gestire appuntamenti, terapie, cambiamenti del comportamento, sicurezza domestica, pratiche amministrative e una crescente richiesta di sorveglianza.

Un impegno che può diventare fisicamente ed emotivamente molto pesante.

La testimonianza di Michela Morutto, familiare di una persona con Alzheimer precoce, ha riportato il confronto alla concretezza dell’esperienza: le famiglie hanno bisogno di essere sostenute, orientate e liberate dallo stigma che ancora accompagna la malattia.

La sua storia ricorda anche che l’Alzheimer può comparire prima dei 65 anni, con conseguenze particolarmente rilevanti sulla vita lavorativa e familiare.

Sostenere un caregiver non significa offrirgli soltanto informazioni. Servono punti di accesso riconoscibili, formazione pratica, supporto psicologico, assistenza domiciliare, centri diurni, interventi di sollievo e tutele compatibili con il lavoro.

Proteggere chi assiste è parte integrante della cura della persona con demenza.

Ospedale e territorio: una rete per l’assistenza all’Alzheimer

L’Alzheimer è una malattia complessa e progressiva. Nessun singolo ambulatorio può rispondere a tutti i bisogni che emergono nel tempo.

La presa in carico deve collegare Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze, medici di medicina generale, servizi sociali, assistenza domiciliare, centri diurni, strutture residenziali e ospedali.

Pasquale Palumbo, presidente nazionale SNO, ha evidenziato la necessità di non perdere il collegamento con il territorio e di consolidare i percorsi diagnostico-terapeutico-assistenziali.

Il paziente, infatti, non ha bisogno soltanto di farmaci, ma di una rete di servizi capace di sostenere anche la famiglia e di adattarsi all’evoluzione della malattia.

Il Fondo per l’Alzheimer e le demenze 2024-2026 prevede complessivamente 34,9 milioni di euro e indica tra le priorità il potenziamento della diagnosi, il rapporto con le cure primarie, la telemedicina, la tele-riabilitazione e gli interventi psicoeducazionali, cognitivi e psicosociali.

La sfida sarà trasformare progetti e sperimentazioni in servizi riconoscibili e continuativi, riducendo le differenze tra i territori.

Si può prevenire l’Alzheimer?

Non esiste una strategia capace di azzerare il rischio individuale e non tutti i fattori che contribuiscono alla malattia sono modificabili. Esiste però un margine concreto di prevenzione e riduzione del rischio lungo tutto il corso della vita.

Secondo il Ministero della Salute, in Italia il 39,5% dei casi di demenza è attribuibile a fattori di rischio modificabili.

Tra questi rientrano ipertensione, diabete, obesità, fumo, consumo eccessivo di alcol, sedentarietà, depressione, isolamento sociale, problemi di udito, traumi cerebrali e inquinamento atmosferico.

Le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità comprendono:

  • praticare attività fisica con regolarità;
  • non fumare ed evitare un consumo dannoso di alcol;
  • seguire un’alimentazione equilibrata;
  • controllare pressione, colesterolo e glicemia;
  • mantenere relazioni sociali e attività cognitive;
  • trattare i disturbi della vista e dell’udito;
  • rivolgersi al medico in presenza di depressione o altri problemi di salute.

Parlare di prevenzione non significa attribuire colpe a chi si ammala. Significa creare condizioni individuali e collettive che favoriscano un invecchiamento più sano, con politiche sanitarie, ambientali e sociali capaci di ridurre i fattori di rischio.

La dimensione etica: custodire la dignità della persona

Accanto alla medicina esiste una responsabilità più profonda: riconoscere la persona oltre la diagnosi.

Monsignor Marcelo Sánchez Sorondo, cancelliere emerito della Pontificia Accademia delle Scienze, ha richiamato la necessità di costruire una comunità umana e solidale, capace di condividere la sofferenza e generare una rete di speranza.

La malattia può limitare progressivamente memoria, linguaggio e autonomia, ma non riduce il valore della persona. Prossimità, ascolto e rispetto devono quindi accompagnare ogni scelta clinica e assistenziale, anche nelle fasi più avanzate.

Cosa serve adesso: cinque priorità

Dal confronto alla Cancelleria Vaticana emergono cinque azioni essenziali:

  1. Sostenere la ricerca, dalla comprensione dei meccanismi della malattia allo sviluppo di diagnosi e trattamenti più efficaci.
  2. Rendere tempestiva la diagnosi, collegandola sempre a un percorso di supporto dopo la comunicazione.
  3. Ridurre le disuguaglianze territoriali, affinché servizi e innovazione siano accessibili indipendentemente dalla Regione di residenza.
  4. Rafforzare la rete tra ospedale e territorio, garantendo continuità assistenziale durante tutte le fasi della malattia.
  5. Prendersi cura dei caregiver, con formazione, sollievo, supporto psicologico, assistenza domiciliare e tutele sociali.

La ricerca può cambiare la storia dell’Alzheimer. Per diventare vero progresso, però, deve raggiungere la vita delle persone.

Nessun paziente e nessuna famiglia dovrebbero affrontare da soli una malattia che riguarda l’intera società.

Gli intervistati

  • Michela Morutto – Familiare di una persona con Alzheimer precoce
  • Alessandro Morandotti – Vicepresidente Airalzh ETS
  • Prof. Vincenzo Di Lazzaro – Direttore della Neurologia del Policlinico Universitario Campus Bio-Medico di Roma
  • Pasquale Palumbo – Presidente nazionale SNO
  • Mons. Marcelo Sánchez Sorondo – Cancelliere emerito della Pontificia Accademia delle Scienze

Domande frequenti sull’Alzheimer

Qual è la differenza tra Alzheimer e demenza?

La demenza è una sindrome caratterizzata dal deterioramento di memoria, pensiero e capacità di svolgere le attività quotidiane. La malattia di Alzheimer è la causa più comune di demenza, ma non è l’unica.

Perché è importante una diagnosi precoce dell’Alzheimer?

Una diagnosi tempestiva permette di chiarire l’origine dei sintomi, pianificare l’assistenza, intervenire sui fattori di rischio e valutare con gli specialisti le opzioni terapeutiche appropriate. Deve però essere accompagnata da informazioni, supporto e continuità delle cure.

L’Alzheimer si può prevenire?

Non è possibile garantire che una persona non svilupperà la malattia. È però possibile ridurre una parte del rischio agendo su attività fisica, fumo, alcol, salute cardiovascolare e metabolica, relazioni sociali, depressione, udito e vista.

Quali aiuti servono ai caregiver di una persona con Alzheimer?

I caregiver hanno bisogno di orientamento, formazione, supporto psicologico, assistenza domiciliare, centri diurni, servizi di sollievo e tutele sociali e lavorative. Il sostegno a chi assiste deve essere considerato parte del percorso di cura.

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Fonti istituzionali

Questo articolo ha finalità informative e non sostituisce il parere del medico o di uno specialista.