Alzheimer, tra nuovi test ematici e stili di vita: l’analisi del Prof. Sorbi (Università di Firenze) nella Giornata Mondiale
I progressi nella diagnosi precoce dell’Alzheimer vedono l’arrivo di biomarcatori su sangue e nuove terapie con anticorpi monoclonali, ma la prevenzione primaria resta determinante: seguire le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sui corretti stili di vita può ridurre il rischio di demenza fino al 45%.
In occasione della Giornata Mondiale dell’Alzheimer del 21 settembre, la ricerca clinica traccia un bilancio sulle strategie di contrasto a una patologia che coinvolge milioni di famiglie. Sebbene i meccanismi biologici legati all’accumulo di proteina amiloide e proteina tau si attivino fino a 15-20 anni prima dei sintomi manifesti, l’inquadramento diagnostico si arricchisce oggi di strumenti non invasivi, capaci di affiancare risonanza magnetica, PET e valutazioni neuropsicologiche.
Sull’impiego dei nuovi test plasmatici approvati a livello europeo, il professor Sandro Sorbi, professore emerito di neurologia all’Università degli Studi di Firenze, invita a una lettura rigorosa: «Il fatto che io dimostri che c’è un’alterazione che sta avvenendo nel cervello non vuol dire che domani ho una malattia, può darsi che ce l’abbia fra vent’anni. Tenendo conto che la maggioranza di queste indagini si fanno in persone sopra i 70 anni, l’esame ci dà una probabilità di rischio che potrebbe anche non svilupparsi mai».
Sul versante delle terapie biologiche, l’attenzione della comunità scientifica si concentra su due anticorpi monoclonali autorizzati dagli enti regolatori europei dopo l’introduzione negli Stati Uniti. I composti agiscono rimuovendo i depositi amiloidi nel tessuto cerebrale se somministrati negli stadi iniziali del declino cognitivo, pur imponendo una stretta sorveglianza clinica. «Il vantaggio sulla funzione è modesto, seppur misurabile e significativo», chiarisce Sorbi, evidenziando il dibattito in corso sull’equilibrio tra benefici clinici ed esami di monitoraggio.
La leva più efficace per modificare l’andamento epidemiologico rimane l’intervento sui fattori modificabili. Le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità dimostrano che una corretta gestione metabolica e comportamentale consente di ridurre fino al 45% il rischio di demenza. Gli standard comprendono l’abbandono del fumo, il controllo di pressione arteriosa, diabete e colesterolo, l’uso di protesi acustiche in caso di ipoacusia e l’adozione costante del modello alimentare mediterraneo.
Accanto all’attività fisica quotidiana di almeno 20 minuti al giorno, il professore emerito dell’ateneo fiorentino rimarca l’impatto protettivo della sfera relazionale: «La vita sociale è un’attività cognitiva estremamente complessa perché parliamo, ascoltiamo e cerchiamo di comprendere le interazioni altrui. Non contrasta solo l’isolamento e la solitudine, ma è una vera e propria attività biologica fondamentale per nutrire il cervello».
Nel contesto demografico italiano, dove la quota di over 65 supera il 25-26% della popolazione, la sfida dell’assistenza sanitaria rimane prioritaria. Negli ultimi tre decenni, tuttavia, i registri internazionali segnalano una flessione continua dell’incidenza complessiva, a dimostrazione di come la crescente attenzione alla prevenzione cardiovascolare e neurocognitiva stia già rallentando l’impatto delle demenze.
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