Medici di famiglia. SUMAI Assoprof: “La falsa soluzione della dipendenza e la vera emergenza del SSN”

Medici di famiglia. SUMAI Assoprof: “La falsa soluzione della dipendenza e la vera emergenza del SSN”

Non serve cambiare il rapporto giuridico. Serve applicare gli accordi, definire ruoli e rispettare i tempi. Perché il problema è l’organizzazione, la programmazione e la carenza di professionisti.

Secondo Antonio Magi, segretario generale del SUMAI Assoprof, c’è un errore di fondo che sta attraversando il dibattito sulla riforma della medicina territoriale: “si pensa che il problema del Servizio Sanitario Nazionale sia il rapporto giuridico dei medici, quando invece il problema reale è l’organizzazione, la programmazione e la carenza di professionisti. La proposta di introdurre forme di dipendenza nella medicina generale viene presentata come una soluzione moderna ed efficiente. In realtà rischia di produrre effetti esattamente opposti a quelli dichiarati.

Perdita del rapporto fiduciario, creazione di liste d’attesa, aumento dei costi

“Il primo e più grave effetto è la perdita del rapporto fiduciario tra medico e paziente, che rappresenta il pilastro della medicina generale italiana. Trasformare il medico in un ingranaggio di un sistema organizzativo rigido significa indebolire quella relazione diretta, continuativa e personale che oggi garantisce accesso immediato alle cure e presa in carico reale.

Il secondo effetto, ancora più evidente, è la creazione di liste d’attesa anche per accedere al medico di medicina generale, un fenomeno che oggi, nel modello convenzionato, non esiste. Il passaggio a un sistema programmato, vincolato da turni, obiettivi e attività organizzate, introduce inevitabilmente un filtro temporale: il cittadino non accede più direttamente, ma entra in un percorso regolato. In altre parole, si passa da un sistema di prossimità a un sistema di attesa.

Il terzo elemento è di natura economica: la trasformazione in dipendenza comporterebbe un aumento esponenziale dei costi della sanità, legati alla dirigenza sanitaria, alle strutture organizzative, alle indennità e agli oneri accessori, rispetto a un modello convenzionato che ha dimostrato negli anni maggiore flessibilità e sostenibilità. In un contesto in cui la spesa sanitaria pubblica è già sotto pressione, questa scelta appare non solo inefficace, ma anche insostenibile.

Potenziamento della specialistica ambulatoriale

“A fronte di questi rischi, si continua a ignorare ciò che realmente manca per rendere operativa la riforma prevista dal DM 77 e dal PNRR: il potenziamento della specialistica ambulatoriale interna convenzionata. È qui che si gioca la vera partita. Senza una presenza strutturata e adeguatamente finanziata degli specialisti sul territorio, le Case della Comunità restano contenitori vuoti. La presa in carico dei pazienti cronici, soprattutto quelli complessi che non necessitano di ricovero ospedaliero, non può essere garantita senza il contributo diretto della specialistica ambulatoriale convenzionata interna. Non si può certo coprire con quella ospedaliera che ha già i suoi problemi.

La conseguenza è già evidente: i pazienti non trovano più risposta sul territorio e si rivolgono altrove. Si moltiplicano così gli accessi impropri al pronto soccorso e agli ospedali, che diventano il punto di caduta di un sistema territoriale incompleto.

Gli ospedali sono già oggi allo stremo. I pronto soccorso sono sovraccarichi, i reparti lavorano in condizioni di pressione costante e i medici ospedalieri stanno progressivamente abbandonando il sistema pubblico. Le dimissioni volontarie aumentano, il ricorso al prepensionamento cresce e sempre meno professionisti sono disposti a rimanere in un contesto percepito come insostenibile con l’effetto di organici insufficienti e che il turnover non riesce a coprire. Senza un territorio forte, l’ospedale inevitabilmente collassa. È una relazione diretta, ormai dimostrata.

Siamo sicuri che i giovani cercano modelli rigidi, gerarchici e vincolanti?

“A questo quadro si aggiunge un ulteriore elemento di criticità che la riforma ignora completamente: il cambiamento delle aspettative dei giovani medici. Le nuove generazioni non cercano modelli rigidi, gerarchici e vincolanti. Chiedono autonomia, flessibilità, valorizzazione professionale e condizioni di lavoro compatibili con una nuova idea di equilibrio tra vita e professione.

La crescente difficoltà nel coprire il turnover, sia nella medicina generale che nella specialistica ambulatoriale e nella dirigenza ospedaliera, è la dimostrazione concreta di questo cambiamento. I concorsi vanno deserti o vengono parzialmente coperti, e sempre più spesso i posti assegnati non vengono accettati. Il privato e l’Estero diventano sempre più attrattivi. In questo contesto, proporre ancora la dipendenza come soluzione significa andare esattamente nella direzione opposta rispetto alle esigenze dei professionisti. Significa rendere il sistema ancora meno attrattivo, aggravando ulteriormente la carenza di personale.

No a cambiamenti radicali, applicare ciò che esiste

“La verità è che non servono rivoluzioni ideologiche né cambiamenti radicali dei rapporti giuridici. Serve piuttosto applicare ciò che già esiste.

La medicina generale convenzionata è già prevista nelle Case della Comunità dagli Accordi Collettivi Nazionali vigenti. Ciò che manca non è la norma, ma la sua attuazione.

Occorrono atti di indirizzo tempestivi, occorre chiudere tutti gli ACN nei tempi previsti e non dopo tre o sei anni dalla loro scadenza, occorre definire con chiarezza le modalità operative e i rapporti tra i diversi soggetti coinvolti.

Il nodo centrale è l’organizzazione delle équipe multiprofessionali e multidisciplinari, che devono essere costruite su basi chiare e condivise: medicina generale, specialistica ambulatoriale interna e pediatria di libera scelta, tutte figure convenzionate, da integrare ulteriormente da articoli comuni che definiscano ruoli, responsabilità, obiettivi e retribuzioni.

Oltre al rinnovo degli ACN è necessario inoltre chiarire in modo definitivo il perimetro delle competenze, partendo subito dalla definizione dell’atto medico come atto esclusivo del medico per competenze e ciclo di studi, per garantire un’integrazione reale con le altre professioni sanitarie, evitando sovrapposizioni e conflitti che ritardano la formazione di equipe multiprofessionali e quindi i bisogni di salute dei pazienti.

Se il Ssn arretra, chi assiste i pazienti?

“Solo in questo modo sarà possibile costruire un sistema territoriale efficace, capace di rispondere ai bisogni dei cittadini senza generare nuove inefficienze.

Diversamente, il rischio è quello di alimentare una spirale negativa: professionisti insoddisfatti, poco attratti dal SSN, sempre più liste d’attesa, sempre più pressione sugli ospedali, fuga di medici, più spazio per il privato.

A quel punto la domanda diventa inevitabile: chi ci assisterà?
Chi ci curerà?
Perché una cosa è certa – conclude Magi – , se il pubblico arretra, il privato avanza.
E lo sta già facendo grazie a chi lo aiuta dichiarando pubblicamente il contrario”.