La sfida della Fenilchetonuria in Campania: Modello assistenziale, criticità strutturali e la roadmap per la continuità di cura

La sfida della Fenilchetonuria in Campania: Modello assistenziale, criticità strutturali e la roadmap per la continuità di cura

La Fenilchetonuria come Laboratorio Clinico e Politico

Il 2 ottobre 2026, la sede del Consiglio Regionale della Campania a Napoli ha ospitato la tappa inaugurale degli APCO Health Talks regionali, ciclo di incontri organizzati da APCO con il supporto non condizionante di PTC Therapeutics. L’evento regionale è stato promosso dalla Presidente della Commissione Sanità, Loredana Raia. Il confronto, svoltosi a porte chiuse tra vertici clinici, istituzioni sanitarie e rappresentanze dei pazienti, ha eletto il territorio campano non a semplice fondale geografico, bensì a laboratorio politico e assistenziale di rilevanza nazionale per la gestione della Fenilchetonuria (PKU) e delle Malattie Metaboliche Ereditarie (MME). La Campania, infatti, intreccia un tasso di natalità tra i più dinamici nel contesto italiano con una rete di screening e presa in carico primario ad altissima efficienza, in grado di garantire la diagnosi precoce e l’avvio della presa in carico clinica nel tempo record di soli 8-10 giorni dalla nascita.

Tuttavia, l’eccellenza della fase diagnostica iniziale deve misurarsi con un quadro epidemiologico complesso e con vincoli organizzativi crescenti. Come precisato dal professor Giancarlo Parenti dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II, l’incidenza della PKU sul territorio nazionale attesta valori compresi tra 1 caso ogni 4.000 e 1 ogni 6.000 nati vivi, a fronte di una media europea sensibilmente inferiore, pari a circa 1 caso ogni 10.000 nati. Tale elevata prevalenza epidemiologica non costituisce un’anomalia causale, ma è la risultante di un sistema di diagnosi precoce straordinariamente reattivo e dell’assetto demografico regionale. Al contempo, il professor Parenti ha richiamato l’attenzione sulla presenza nei territori campani di specifici cluster genetici locali e affetti da “effetto fondatore”: un fenomeno analogo a quanto riscontrato nell’area a nord di Caserta per un’altra rarissima condizione metabolica (storicamente nota come “malattia finlandese”), che dimostra come particolari aree geografiche possano registrare un’alta concentrazione di mutazioni specifiche e richiedano un presidio analitico di terzo livello rigoroso e costante.

In questo scenario, la capacità di intercettare tempestivamente il difetto enzimatico della fenilalanina idrossilasi rappresenta la linea di demarcazione tra una vita priva di disabilità e il manifestarsi di danni neurologici e cognitivi irreversibili. La Campania dimostra di possedere una filiera diagnostica integrata di primissimo ordine, capace di connettere direttamente la culla neonatale ai centri di alta specializzazione.

I cardini dell’ecosistema campano nella diagnosi e gestione primaria delle patologie metaboliche rare risiedono nei seguenti elementi strutturali:

  • Bacino demografico ed elevata prevalenza: Una natalità sostenuta che, associata alla prevalenza nazionale di PKU (1:4.000-6.000 nati), qualifica la Campania come un osservatorio epidemiologico prioritario per la modellizzazione dell’assistenza sulle malattie rare.

  • Screening neonatale e tempestività d’intervento: Un protocollo operativo ultrarapido capace di formalizzare la diagnosi e attivare il follow-up entro 8-10 giorni dalla nascita, prevenendo gli esiti tossici dell’accumulo ematico di fenilalanina.

  • Polo diagnostico e preclinico d’eccellenza: L’operatività del laboratorio regionale di riferimento CEINGE – Biometra, situato nell’area del Policlinico Federico II ed equipaggiato con piattaforme analitiche ad altissima specializzazione, integrato con il lavoro di ricerca preclinica avanzata condotto dall’Istituto Telethon di Genetica e Medicina (TIGEM).

  • Storicità e competenza dei poli ospedaliero-universitari: Il patrimonio clinico dell’A.O.U. Federico II, attivo nello studio delle MME da oltre quarant’anni e membro delle reti ERN (European Reference Network), affiancato dall’A.O. Santobono-Pausilipon, individuato con delibera regionale dal 2019 come unico centro regionale di riferimento per la diagnosi e il follow-up pediatrico della PKU.

Se l’architettura primaria risponde con prontezza all’evento nascita, l’analisi delle fasi successive evidenzia tuttavia la fragilità dei percorsi sul lungo periodo: la tempestività dello screening rischia di essere vanificata dal ridimensionamento degli spazi assistenziali, dalle carenze croniche di organico e dalla progressiva saturazione dei centri specialistici.

L’Architettura dell’Assistenza Specialistica: Risorse Umane, Posti Letto e Aderenza Terapeutica

Trattare la Fenilchetonuria impone un modello assistenziale multidisciplinare, continuativo e altamente specializzato. Trattandosi di una patologia che necessita di un regime dietetico aproteico rigido e permanente per tutta la vita – integrato con Alimenti a Fini Medici Speciali (AFMS) e con eventuali opzioni farmacologiche orfane – la presenza di un’équipe medica non costituisce un requisito sufficiente. Per garantire l’aderenza alla cura e la salute sistemica del paziente, il nucleo clinico deve comprendere obbligatoriamente nutrizionisti e dietisti esperti in dietoterapia metabolica, psicologi dedicati e personale infermieristico specializzato. Le deposizioni emerse dai principali centri di riferimento napoletani rivelano tuttavia un quadro di grave sofferenza organica e logistica.

La dottoressa Maria Teresa Carbone, responsabile dell’Unità di Malattie Metaboliche dell’Ospedale Santobono-Pausilipon, ha fotografato una sproporzione cronica tra l’enorme carico assistenziale e le risorse umane disponibili. Il centro assiste attualmente circa 500 famiglie provenienti dall’intero bacino regionale, garantendo un servizio operativo sei giorni su sette. Ciò nonostante, la dotazione organica della struttura si regge su appena due dirigenti medici (di cui uno con contratto a tempo parziale), una sola figura di nutrizionista/dietista e la totale assenza strutturale di uno psicologo dedicato. Quest’ultima mancanza appare drammatica sotto il profilo clinico: se in una prima fase il centro poteva avvalersi di figure psicologiche di supporto, la formalizzazione dell’integrazione nell’organigramma aziendale ha comportato la perdita del personale dedicato. Questa scopertura priva i giovani pazienti e i loro genitori di un supporto fondamentale per affrontare le ansie legate alla rigidità della dieta e al rischio di isolamento sociale.

Parallelamente, sul versante universitario dell’A.O.U. Federico II, è emersa una criticità di natura logistica denunciata con forza dal Terzo Settore e confermata dai vertici medici. La dottoressa Manuela Vaccarotto, vicepresidente dell’associazione AISMME, ha rimarcato come l’Unità Operativa Semplice Malattie Metaboliche del Bambino — guidata dal professor Parenti e forte di quarant’anni di esperienza — abbia subito un recente accorpamento di reparto con una drastica contrazione degli spazi dedicati, ridotti a soli 5-6 posti letto. Il professor Parenti ha confermato la contrazione logistica, imputandola a un progressivo calo di “sensibilità” istituzionale da parte delle direzioni aziendali verso le specificità delle malattie rare, pur sottolineando che l’assistenza continua a essere erogata grazie agli sforzi straordinari del personale. Tuttavia, la scarsità di posti letto comporta il rinvio programmatico delle visite di follow-up e crea enormi difficoltà nell’ospedalizzazione tempestiva dei pazienti in caso di infezioni intercorrenti o scompensi metabolici acuti.

L’insufficienza dei supporti clinico-psicologici e le barriere logistiche hanno un impatto diretto sulla compliance terapeutica. Durante il convegno sono stati citati i dati dello studio condotto dall’Università di Padova, da cui emerge che appena il 57% dei pazienti adulti affetti da PKU dichiara di seguire con rigore e continuità la terapia nutrizionale prescritta. La transizione verso l’adolescenza rappresenta la fase a maggior rischio di “burnout dietetico”: le privazioni della dieta aproteica, l’impossibilità di condividere la convivialità ordinaria con i coetanei e l’assenza di un affiancamento psicologico strutturato inducono molti ragazzi al rifiuto del regime alimentare. L’abbandono progressivo della terapia provoca un innalzamento dei livelli ematici di fenilalanina, esponendo i soggetti a deficit di attenzione, ansia manifesta, disturbi dell’umore e un decadimento progressivo delle funzioni esecutive e cognitive.

L’inadeguatezza delle risorse organiche e degli spazi nei centri specialistici pediatrici si scontra con una trasformazione demografica ineludibile: il progressivo invecchiamento dei pazienti, che impone la riprogettazione dei percorsi clinici oltre la soglia dell’età evolutiva.

Oltre l’Età Pediatrica: Riconcettualizzare il Percorso dalla “Transizione” alla “Continuità di Cura”

Fino a poche decine di anni fa, la Fenilchetonuria era considerata una patologia ad appannaggio pressoché esclusivo della pediatria, poiché in era pre-screening la mancanza di diagnosi precoci condannava i bambini a gravi disabilità cognitive. L’avvento dello screening neonatale e delle diete aproteiche ha felicemente trasformato la PKU in una patologia cronica gestibile, permettendo ai pazienti di raggiungere l’età adulta, intraprendere carriere professionali e formare propri nuclei familiari. Ciononostante, la medicina dell’adulto registra un profondo vulnus formativo: come rimarcato dal professor Parenti e dalla dottoressa Maria De Giovanni (referente per le malattie rare della FIMP Campania), nei programmi ufficiali delle Scuole di Specializzazione destinate alla medicina dell’adulto (medicina interna, neurologia, gastroenterologia) l’insegnamento delle patologie metaboliche ereditarie è storicamente assente.

Al compimento del diciottesimo anno di età si innesca una pericolosa frattura assistenziale. Lo specialista dell’adulto o il medico di medicina generale non possiedono spesso gli strumenti analitici e clinici per gestire patologie ad elevata complessità metabolica. Questa impreparazione genera un senso di smarrimento nelle famiglie, inducendole a rifiutare l’uscita dai servizi pediatrici. Tale fenomeno produce la saturazione delle strutture pediatriche, costrette a trattenere in carico pazienti di 30 o 40 anni pur in assenza di tutele d’organico o coperture normative idonee alla gestione dell’adulto.

Durante la Tavola Rotonda sono stati analizzati tre differenti modelli operativi per superare questo stallo:

  1. L’Ambulatorio di Transizione Condiviso: Una struttura ponte in cui il pediatra metabolista e lo specialista dell’adulto effettuano visite congiunte per un periodo prefissato, garantendo un passaggio di consegne clinico e psicologico graduale.

  2. Il “Modello Portoghese”: Richiamato dalla dottoressa Carbone, individua nella figura del nutrizionista/dietista il fulcro della continuità. Poiché la terapia nutrizionale rappresenta l’asse portante del trattamento per tutta la vita, il nutrizionista rimane l’elemento costante che accompagna il paziente dall’ambulatorio pediatrico a quello dell’adulto, preservando l’alleanza terapeutica e attenuando lo stress da distacco.

  3. Il cambio di paradigma metodologico dell’ISS: La dottoressa Maria Luisa Scattoni, Direttrice del Centro Nazionale Malattie Rare dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), ha sostenuto la necessità di superare il concetto stesso di “transizione” in favore di quello di “Continuità di Cura”. Tale visione riconosce che la presa in carico deve strutturarsi in modo fluido lungo tutte le fasi dell’esistenza, includendo la futura gestione della fascia geriatrica (over 65). La dottoressa Scattoni ha inoltre sollecitato l’integrazione della pianificazione clinica nel “Progetto di Vita” individuale, introdotto dal Decreto Legislativo 62/2024 (Riforma della Disabilità), al fine di unificare la dimensione sanitaria con le esigenze d’integrazione scolastica, lavorativa e sociale.

La prospettiva della Pediatria di Libera Scelta e l’anomalia amministrativa dei centri saturati

L’intervento della dottoressa Maria De Giovanni (referente malattie rare FIMP Campania, presente in sostituzione della segretaria regionale dott.ssa Vallefuoco, impegnata al congresso nazionale della federazione alla Stazione Marittima di Napoli) ha chiarito la natura del cortocircuito prescrittivo generato dal permanere degli adulti nei canali pediatrici. I pediatri di libera scelta possono trattenere in carico i pazienti con malattie rare o croniche, in deroga, fino al compimento del 16° anno di età (rispetto al limite ordinario dei 14). Oltre tale soglia, il passaggio alla medicina generale risulta obbligatorio.

Tuttavia, la carenza di medici dell’adulto con competenze metaboliche costringe gli ospedali pediatrici ad erogare prestazioni a soggetti ormai adulti. Ciò innesca un paradosso burocratico: il Medico di Medicina Generale si vede costretto a compilare impegnative recanti la dicitura “visita pediatrica” per consentire a pazienti trentenni o quarantenni di effettuare il follow-up presso l’Ospedale Santobono. Questa prassi distorce i flussi amministrativi, satura le agende cliniche destinate all’infanzia e dimostra la necessità non più rinviabile di istituzionalizzare percorsi trasversali dedicati all’adulto.

La revisione dei percorsi clinico-assistenziali deve inevitabilmente integrarsi con l’abbattimento delle barriere burocratiche prescrittive e con l’ammodernamento dei canali erogativi sul territorio.

Farmaci Orfani, Burocrazia e Rete Territoriale: Tra Horizon Scanning e Case di Comunità

Garantire un accesso equo e tempestivo alle opzioni terapeutiche per la PKU significa gestire due canali fondamentali: da un lato gli Alimenti a Fini Medici Speciali (AFMS), comprendenti miscele aminoacidiche prive di fenilalanina e prodotti aproteici; dall’altro i farmaci orfani e le terapie avanzate enzimatiche o geniche. La governance di questi presidi richiede di bilanciare la sostenibilità finanziaria dei bilanci regionali con la tutela inderogabile del diritto alla salute.

Sul piano della regolatoria farmaceutica, la dottoressa Maria Galdo, farmacista responsabile della gestione clinica del farmaco presso l’A.O. dei Colli di Napoli (collegata da remoto), ha chiarito le dinamiche che separano i tempi di autorizzazione nazionale guidati dall’AIFA dalla fase di erogazione regionale. Se a livello ministeriale i processi negoziali per i farmaci orfani soffrono spesso di lungaggini burocratiche, la Regione Campania vanta un modello virtuoso di recepimento immediato. Attraverso lo strumento predittivo dell’Horizon Scanning — mutuato dalle metodologie dell’Health Technology Assessment (HTA) — la Campania effettua un’analisi preventivo-epidemiologica ed economica sulle molecole in fase di approvazione centrale. Questa programmazione anticipata garantisce che, non appena l’AIFA completa l’iter autorizzativo e di rimborsabilità, la Regione sia in grado di erogare il farmaco ai pazienti con tempistiche tra le più rapide d’Italia.

Sul versante della medicina di prossimità, tuttavia, permangono ostacoli operativi che rallentano la diagnostica. Il dottor Schiavo, Presidente Provinciale di Napoli della FIMMG, ha denunciato le rigidità prescrittive che limitano l’azione del medico di famiglia. Per la prescrizione di indagini genetiche di primo livello, le disposizioni regionali impongono al medico di medicina generale l’obbligo di richiedere una previa autorizzazione o consulenza specialistica al genetista. Questa sovrastruttura burocratica svuota la professionalità dei medici di base opportunamente formati e genera inutili pellegrinaggi per le famiglie, allungando i tempi dell’inquadramento diagnostico.

A livello di pianificazione strategica, l’intervento del Presidente Gaetano Manfredi ha contestualizzato la gestione delle malattie rare all’interno del più ampio processo di ridisegno della medicina territoriale, condotto in sinergia con la Presidenza della Regione guidata da Roberto Fico. L’obiettivo primario risiede nel decongestionamento dei presidi ospedalieri di terzo livello e dei Pronto Soccorso, dove gli accessi impropri legati a codici bianchi e verdi oscillano tra il 65% e il 70%, trasferendo il monitoraggio ordinario presso le strutture di prossimità.

I capisaldi dell’indirizzo politico-istituzionale campano si articolano su tre direttrici essenziali:

  • Rete delle Case e Ospedali di Comunità: La Campania ha già certificato tra le 128 e le 132 strutture territoriali. L’indirizzo stabilito è dotare tali presidi di tecnologie diagnostiche di primo livello (ecografi, spirometri, elettrocardiografi tele-collegati, dermatoscopi), impiegando i 23 milioni di euro già incassati per la medicina generale al fine di creare punti intermedi di monitoraggio per i pazienti cronici e rari.

  • Superamento delle iniquità nel riparto del Fondo Sanitario Nazionale: Il Presidente Manfredi ha rivendicato i traguardi storici della Campania — uscita dal piano di rientro e pienamente adempiente ai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) — nonostante un criterio di riparto del Fondo Sanitario Nazionale fortemente penalizzante per il Mezzogiorno. Essendo basato sull’anzianità anagrafica anziché sui tassi di natalità, sulla deprivazione sociale e sulle aspettative di vita, tale meccanismo sottrae alla Sanità campana tra i 300 e i 500 milioni di euro ogni anno.

  • Modello dello Psicologo di Base: La Campania rappresenta la prima regione d’Italia ad aver codificato e finanziato per legge la figura dello psicologo di cure primarie. Tale rete professionale può essere integrata nell’assistenza alle patologie rare, compensando la carenza organica di psicologi nei presidi ospedalieri.

Per applicare concretamente questo impianto alle esigenze della Fenilchetonuria, occorre attivare le seguenti leve operative territoriali:

  1. Integrazione digitale delle Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT): Mettere in rete i medici afferenti alle AFT con i centri specialistici di terzo livello (Santobono e Federico II) tramite la Piattaforma Sinfonia, consentendo la consultazione in tempo reale della documentazione clinica e dei piani terapeutici.

  2. Decentramento del monitoraggio ematico di routine: Trasferire l’esecuzione dei prelievi ematici su carta assorbente (dry blood spot) per il dosaggio periodico della fenilalanina presso le Case di Comunità, unitamente alla distribuzione degli AFMS, evitando alle famiglie residenti in provincia lunghi trasferimenti verso il capoluogo e decongestionando gli ambulatori ospedalieri.

  3. Sblocco dell’autonomia prescrittiva di primo livello: Rimuovere il vincolo dell’autorizzazione preventiva del genetista per i medici di medicina generale inseriti nei network formativi sulle malattie rare, abilitandoli alla prescrizione dei test genetici preliminari.

Questo percorso di ammodernamento strutturale individua nel Terzo Settore il partner strategico per trasformare le istanze dei pazienti in riforme di sistema permanenti.

Il Terzo Settore come Motore di Riforma: Dalla Risposta Emergenziale al Tavolo Permanente

L’associazionismo dedicato alla Fenilchetonuria ha compiuto in Campania un’evoluzione decisiva, affrancandosi dalla storica funzione puramente “suppletiva” per assurgere al ruolo di interlocutore politico e tecnico del governo sanitario regionale.

Il dottor Carlo Ravallese, tesoriere dell’APS LAPE nonché padre di due ragazzi affetti da PKU di 13 e 9 anni, ha offerto una testimonianza nitida del lavoro quotidiano svolto dalla sua organizzazione per colmare il vuoto informativo e relazionale vissuto dalle famiglie. LAPE gestisce un canale di comunicazione direttiva su piattaforma WhatsApp che connette oltre 500 famiglie afferenti al Centro Santobono. Attraverso questa rete, i genitori ricevono orientamento continuo, supporto psicologico peer-to-peer e indicazioni pratiche sulla gestione della dieta aproteica. L’associazione organizza inoltre eventi conviviali ad alimentazione rigorosamente aproteica (pranzi di Natale, momenti ricreativi), ingaggiando chef e ristoratori disponibili a cucinare gli ingredienti speciali. Tali iniziative risultano fondamentali per prevenire l’isolamento degli adolescenti, che spesso tendono a rifiutare la vita sociale per evitare lo stigma legato alla propria diversità alimentare.

Se da un lato la reattività della comunità rappresenta una risorsa di inestimabile valore, dall’altro essa pone un chiaro interrogativo politico, sollevato con rigore critico dalla dottoressa Maria Luisa Scattoni (ISS). La direttrice del Centro Nazionale Malattie Rare ha sottolineato come la necessità delle famiglie di fare ricorso all’auto-organizzazione spontanea tramite chat o gruppi informali costituisca un esplicito “segnale d’allarme” per le istituzioni.

Assumendo tale istanza di formalizzazione, la dottoressa Manuela Vaccarotto ha sintetizzato, a nome di AISMME e della rete associativa, una piattaforma programmatica precisa e vincolante indirizzata alla Commissione Sanità del Consiglio Regionale della Campania.

Le richieste formali avanzate alla politica sanitaria si articolano in tre istanze inderogabili:

  1. Rafforzamento strutturato e vincolato delle équipe multidisciplinari: Finanziamento e contrattualizzazione di organici stabili dedicati (medici metabolisti, nutrizionisti/dietisti, psicologi e infermieri) presso i centri di terzo livello della regione, ponendo fine alla prassi delle mansioni condivise o del personale a tempo parziale.

  2. Percorso istituzionalizzato di Continuità Assistenziale: Formalizzazione di un Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA) regionale unico e vincolante, inteso a normare il passaggio del paziente metabolico dall’età pediatrica all’età adulta e geriatrica senza soluzione di continuità.

  3. Istituzione del Tavolo Regionale Permanente sulle Malattie Metaboliche Ereditarie: Decretazione di un organo consultivo e di monitoraggio a convocazione periodica, composto da dirigenti regionali, clinici dei centri di riferimento, rappresentanti della FIMMG e della FIMP e delegati delle associazioni dei pazienti, con il compito di verificare l’applicazione dei PDTA e programmare le risorse.

Questa piattaforma integrata individua nella concertazione istituzionale lo strumento per convertire le criticità territoriali in un nuovo modello di governance sanitaria.

Roadmap Operativa per le Istituzioni

La Campania possiede un patrimonio straordinario di competenze cliniche, infrastrutture di diagnostica molecolare (CEINGE, TIGEM) e capacità assistenziali che le consentono di superare le criticità strutturali emerse durante i lavori del 2 ottobre 2026. La tempestività della rete diagnostica neonatale (8-10 giorni) dimostra che la regione possiede le condizioni oggettive per trasformarsi in un modello nazionale di governance delle malattie rare.

Per attuare tale passaggio di scala, la proposta avanzata dall’Istituto Superiore di Sanità tramite la dottoressa Scattoni individua nello strumento regolatorio delle Linee di Indirizzo Nazionali per le Malattie Metaboliche Rare – da elaborarsi con il coordinamento dell’ISS e da approvare in Conferenza Stato-Regioni – la leva d’azione prioritaria. Tali linee di indirizzo dovranno definire gli standard minimi indissolubili di composizione delle équipe multidisciplinari, stabilendo il rapporto numerico obbligatorio tra il volume di pazienti presi in carico e la dotazione vincolante di medici, dietisti e psicologi dedicati. L’approvazione in Conferenza Stato-Regioni fornirà la copertura normativa indispensabile per imporre alle Direzioni Aziendali ospedaliere la destinazione vincolata delle risorse umane, impedendo l’accorpamento dei reparti specialistici.

In sede regionale, la roadmap operativa per il futuro della gestione della Fenilchetonuria in Campania deve fondarsi sui seguenti pilastri programmatici:

  1. Attuazione della Continuità Assistenziale lungo l’Arco della Vita: Sostituzione del concetto di “transizione” con una presa in carico continuativa estesa all’età geriatrica, valorizzando il nutrizionista/dietista come figura ponte (modello portoghese) e integrando la pianificazione clinica nel “Progetto di Vita” individuale ai sensi del D.Lgs 62/2024.

  2. Integrazione Ospedale-Territorio tramite le Case di Comunità: Utilizzo della rete territoriale di prossimità per decongestionare i poli di terzo livello di Napoli (Santobono e Federico II). Delegare alle Case di Comunità l’esecuzione dei prelievi ematici periodici per il dosaggio della fenilalanina, la consegna degli AFMS e il supporto psicologico primario tramite l’incardinamento dello psicologo di base.

  3. Sblocco delle Risorse Umane e Riapertura degli Spazi Ospedalieri: Ripristino della ricettività logistica della rete universitaria presso la Federico II (superando il limite dei 5-6 posti letto dedicati) e stabilizzazione dei ruoli di nutrizione clinica e psicologia dedicata presso il polo pediatrico del Santobono.

  4. Formazione Specifica e Semplificazione Burocratica: Promozione di moduli formativi sulle MME nelle Scuole di Specializzazione della medicina dell’adulto e nei corsi di aggiornamento per i Medici di Medicina Generale e i Pediatri di Libera Scelta, rimuovendo al contempo l’obbligo di autorizzazione specialistica di secondo livello per la prescrizione dei test genetici preliminari.

  5. Formalizzazione del Tavolo Regionale Permanente: Istituzione immediata dell’organo di consultazione tra Regione, clinici, medici di medicina generale, pediatri e associazioni dei pazienti per il monitoraggio continuo dei PDTA e della spesa farmaceutica e nutrizionale.

La tutela della Fenilchetonuria trae origine da un atto diagnostico elementare e precocissimo: una goccia di sangue prelevata dal tallone di un neonato a poche ore dalla nascita. È responsabilità inderogabile delle istituzioni scientifiche, cliniche e politiche garantire che quella diagnosi precoce si traduca in un percorso assistenziale solido, equo e strutturato, capace di accompagnare con dignità, sicurezza e continuità la persona affetta da PKU lungo tutto l’arco della sua vita.